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IL TEMPO DI UN PANINO di Sabina Dal Zovo

Quaranta minuti, più o meno.

Questo è il tempo che ho a disposizione per compiere la missione assegnata da mia moglie: recuperare sua madre dalla stazione di Firenze, dove me la consegnerà intatta la cognatina. Da qui ripartiremo insieme verso Roma. Sono fortunato perché mia suocera è simpatica e cucina pure bene. Quando vado a trovarla al Nord mi prepara tutte le pietanze che a casa sono interdette, come ad esempio il riso con le rigaglie di pollo. C’è una cosa che non sa fare ma per fortuna sono nel posto giusto per assaporarla. Anche in una manciata di minuti.

Sono quaranta, più o meno, quelli che Trenitalia mi concede per raggiungere il miglior chiosco di lampredotto a Firenze e gustarmelo in santa pace, prima di tornare al binario.

Sono appena arrivato, la stazione è diversa da come la ricordavo. Non è l’architettura ad essere cambiata; manca il brulicare nervoso dei pendolari, mentre attraversano a zig zag la folla in cerca del giusto convoglio. I piastrelloni di marmo nella hall centrale sembrano lasciarmi scivolare via in fretta, forse avvertono l’appetito che mi sento addosso. Eccomi attraversare il piazzale e svoltare a destra. Proseguo dritto verso il traguardo, pochi metri distante. La scritta sulla vetrata recita inequivocabile: panino mondiale, lampredotto cento per cento made in Florence. So che il titolare del chiosco ha ragione, non è presuntuoso. Ho già sostato di fronte a quei caratteri cubitali, mentre annusavo gli stessi profumi succulenti.

Sul fuoco vedo compiersi il rituale che nulla ha da invidiare ai preparativi di un banchetto. Dentro un grande tegame d’acciaio vedo ribollire senza tregua uno dei padri dello street food italiano. Ma perché uso tutto questo inglese, io che neanche lo parlo?

Trentadue minuti, il tempo scorre via veloce. Sono concentrato come un centometrista poco prima dello start, mentre lo sguardo non riesce a staccarsi dai tocchetti di sedano e pomodoro che accarezzano delicatamente la gala e la spannocchia. Pezzetti di cipolla fanno a gara con l’alloro per accattivarsi i favori del passante e io avverto la salivazione aumentare lentamente. Il lampredottaio nel chioschetto mi lancia un’occhiata divertita, mentre con i rebbi della forchetta saggia la consistenza della sua creazione. Lo vedo alzare leggermente il sopracciglio, forse ci vorrà ancora qualche minuto.

Quanto tempo mi rimane? Mia moglie mi ha chiesto di acquistare un regalo per la sorella, staffettista anche lei nella consegna della madre integra e sicura nelle mie mani.

Arriveranno a breve col treno Frecciargento da Venezia. Ma sì, troverò sicuramente qualcosa di adatto in stazione, senza girare troppo. Risparmierò quei minuti che servono ora al cerimoniere per compiere il suo rito laico, ho intenzione di godermi ogni istante, qui fermo in silenzio di fronte a lui.

Diciotto minuti, sento di avere in tasca tutto il tempo del mondo. Accanto a me c’è un signore magro e anziano, che borbotta parole che non comprendo. L’aspetto orientale mi riporta indietro ai libri di storia. Chissà se Marco Polo ha conosciuto il lampredotto, se ne ha parlato nel Milione, mi chiedo. L’uomo non può leggere i miei pensieri, ma siamo accomunati dalla stessa intenzione. Anche lui è qui per un viaggio dentro sapori antichi. Nel frattempo il cielo sopra Santa Maria Novella si è aperto completamente e l’azzurro di stamattina fa il tifo per noi.

Quindici minuti, ecco arrivare il momento che aspettavo con trepidazione. Il lampredottaio afferra un panino con la mano sinistra. È rotondo, soffice ma con la crosta ben tesa. Nella destra regge un coltellaccio con la lama seghettata e il manico consunto. Lentamente divide il panino a metà e lo bagna piano, zuppando la parte della mollica nel brodo di cottura. Vorrei essere una briciola che si stacca dai bordi, qui adesso, per tuffarmi dentro quella delizia grassa e odorosa e godere di tanta maestria. Il panino è pronto ad accogliere in grembo la prelibatezza, che viene ridotta a strisce grossolane sul tagliere. Per un istante ci guardiamo negli occhi con il signore anziano. Amico, non ho tempo per la gentilezza ora. Se questa fosse una serie tv adesso ti cederei il posto e il pubblico da casa premierebbe il gesto nei sondaggi, ma siamo nel mio racconto e col cavolo che mi passi davanti. Allungo la mano con il denaro, mentre gocce di salsa verde guarniscono l’interno del panino come fossero orecchini sui lobi di una principessa.

Undici minuti, raccolgo tra le mani con rispetto e voluttà il panino con il lampredotto cento per cento made in Florence. Il signore anziano continua a gorgogliare suoni, ma non li sento più. Gli scalini dell’obelisco della piazza mi offrono una seduta confortevole, di fronte a me posso intravedere la parte di Santa Maria Novella lasciata libera dalle impalcature.

Mi sento fortunato, mentre mi siedo, a poter mordere i lembi che sporgono dal pane con lo sguardo preso in ostaggio dalle nicchie ad arcosolio di via degli Avelli. Chissà quanti turisti hanno compiuto un gesto simile, raccogliendo con il dito indice il sugo che cola dalla piega sinistra delle labbra, per poi succhiarlo golosamente.

Vorrei avere l’abilità di un menestrello per raccontarvi il modo sublime in cui la carne si mescola al sapore delle verdure in bocca, con una punta di acido che danza leggera sopra le papille gustative. Il palato ringrazia per una consistenza quasi dimenticata, che a casa mia sono tutti estimatori delle vellutate di zucca. Buonissime, per carità, ma vogliamo mica fare davvero un paragone? Così resto seduto a masticare in silenzio.

Con la coda dell’occhio vedo passare il signore anziano e il suo panino. Tutto è bene ciò che finisce bene.

Cinque minuti. Il panino è finito, mi resta in mano la carta appiccicosa che lo avvolgeva. Mi pare quasi un peccato appallottolarla e gettarla nel cestino, ma il mio tempo è quasi scaduto e devo ancora comprare il regalo che ha chiesto mia moglie. Il cellulare mi vibra in tasca: ho capito, mi alzo.

Firenze, arrivederci, è stato un piacere breve ma intenso. Guardo la carta accartocciata nella mano. Mi sa che me la porto a spasso ancora un po’, ci saranno altri cestini a Roma. Di fronte a me vedo un negozietto di dolciumi e biscotti. Ho risolto anche per il dono alla cognata.

Mentre mi incammino scorgo una macchiolina sul giubbino. È piccola, sembra una coccinella. Vuoi vedere che il lampredotto porta fortuna?

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